Immigrazione: parliamone! (come rispondere ai Salviniani, ai NonSalvinianiPerò, e al Salviniano che è dentro di noi)

Cosa ci resta da fare? I naufragi quotidiani, l’invasione, il malcontento crescente, le barricate, la destra xenofoba in ascesa, lo spaccio, la prostituzione e persino quel nostro amico che sembrava tanto progressista oggi fa discorsi che dieci anni fa neanche Borghezio… In tutto questo casino, cosa ci resta da fare? Noi che amiamo l’idea di una società compiutamente multi-culturale, che sentiamo il dovere dell’accoglienza, che crediamo nell’universalità dei diritti umani perché reputiamo ogni vita ugualmente degna, che sia nata sul nostro pianerottolo o a casa di Dio… Cosa ci resta?

Non ci resta che parlarne. E mai conversazione fu più difficile. Perché la questione è parecchio complessa, i nostri interlocutori hanno spesso preconcetti di cemento armato e chili di bava alla bocca, e l’inerzia degli avvenimenti è certamente a nostro sfavore. Ma soprattutto perché, in fondo, non siamo tanto convinti neanche noi. Schierati, fedeli ai nostri principi morali, ma non convinti. Eppure mai come ora discuterne è vitale. Farci passare la voglia, arroccarci sulle nostre posizioni rifiutando di parlare a chi non vuol sentire equivale a perdere male, tutti. Questi spunti non renderanno certo l’impresa una passeggiata, ma scriverli è come mettermi le scarpe: mi fa entrare nell’ordine di idee che dovrò camminare. Continue reading “Immigrazione: parliamone! (come rispondere ai Salviniani, ai NonSalvinianiPerò, e al Salviniano che è dentro di noi)”

12 consigli non richiesti ad un cooperante in partenza (da uno che li ha toppati tutti o quasi)

1) Non pensare di stare salvando il mondo. Non pensare neanche di star facendo qualcosa di buono. Non pensare e basta, chissenefrega delle tue motivazioni, cerca di fare il tuo lavoro correttamente, sarà già tanto. “Non basta fare il bene, bisogna farlo bene”.

2) Scordati tutti i film (su pellicola e nella tua testa) in cui i cooperanti sono belli e dannati, gli Africani poveri e sorridenti, i buoni buonissimi e i cattivi cattivissimi: troverai tutto questo, il suo contrario, e le infinite sfumature intermedie.

3) Non attirare l’attenzione, almeno non più di quanto non lo faccia già la tua pelle bianca. Fai il simpatico ma non sbracare, sbronzati ma non renderti ridicolo, evita ciò che è considerato bizzarro, anche se per te è normale. La gente ti guarda e ti giudica, il che non sarebbe un male di per sé, ma il fatto è che i tuoi comportamenti contribuiscono a creare un’immagine collettiva, facilmente stereotipabile, del bianco espatriato, e se questa immagine è positiva abbiamo solo da guadagnarci tutti. Continue reading “12 consigli non richiesti ad un cooperante in partenza (da uno che li ha toppati tutti o quasi)”

Stacce

Alle scuole elementari, quando la maestra si assentava, lasciava ad un secchione DOC a scelta il compito di scrivere alla lavagna i buoni e i cattivi. Qualche secchione ribelle non sottostava alla dicotomia bene/male e, in un precoce tentativo di descrivere la complessità del mondo, inseriva una nuova colonna, i medi. Ma i più accettavano la spartizione senza troppi drammi, e con il compiacimento della maestra la classe si ritrovava divisa in due ben distinte categorie. O di qua o di là, impossibile sbagliarsi. Quanto era rassicurante, e quanto abbiamo imparato bene! Ancora tutti a scrivere sulle nostre lavagnette, compiacendo la maestra della semplicità che vive nella nostra testa: bianco/nero, gente/casta, genio/mmerda, rifugiato/clandestino.

Sono morti affogati in tanti, questo week-end. Otto, quarantacinque, quattrocento? E chi li conta più. Fatemi capire piuttosto in che colonna li devo scrivere. Tra i rifugiati che, poverini, scappano dalla guerra? O tra i clandestini che, mannaggia a chi li ha creati, dovrebbero starsene a casa loro? Buone notizie gente, erano quasi tutti clandestini. Venivano da paesi in cui non c’è la guerra e non si muore di fame. Non erano perseguitati e nemmeno disoccupati. Cattivi senz’appello, se la sono andata a cercare. Il nostro sacrosanto diritto di girarci dall’altra parte è ancora ben saldo. Ed è subito Argo, il cane del Marò. Continue reading “Stacce”

Bambino Africano Povero (BAP)

Nasco senza un nome, mio padre aspetta qualche giorno prima di darmene uno, per non rischiare. La mia dignità di essere umano me la devo conquistare. Arriverà piano piano ma io non ho fretta, sono solo un bambino. A due anni rischio di morire di dissenteria: mi salva, quando ormai sono quasi vuoto, una cooperante occidentale con delle pillole bianche. Quando va a vendere l’acqua al mercato, la mamma mi tiene sulle spalle per un tempo dolce che mi sembra infinito, abbracciato a lei sono tranquillo. La mamma non è sempre affettuosa con me, ma non mi nega mai la tetta. Da quando ho imparato a camminare, ogni mattina mi sveglio, vado in mezzo alla strada e faccio la cacca. Intorno a me altri bambini e animali fanno altrettanto con uguale disinvoltura. Vivo in una corte famigliare con 30 persone di cui 20 bambini. E’ palese che me la spasso. Giochiamo a pallone, facciamo rotolare le gomme coi bastoni, e mille altri giochi che gli adulti non capiranno mai. Continue reading “Bambino Africano Povero (BAP)”

Fuckfuckfuck!

Compagna fedele in questi anni da cooperante, è sempre al mio fianco e non mi abbandona mai. Catalizza i miei pensieri, mi tiene sveglio in una notte piovosa, mi fa scordare il caffè sul fuoco la mattina, muove il mio piede destro su e giù freneticamente, mi toglie il respiro sotto il sole, mi fa fumare e bere.

Non appena trovo la soluzione ad un problema lei mi frega cambiando le carte, mi obbliga a cercarne un’altra e così via.

E’ sempre diversa e sempre mi sorprende, ma a guardarla da lontano è sempre uguale. Continue reading “Fuckfuckfuck!”

Scettico intrigato

Volevo scrivere un pensiero coerente su spiritualità e religione viste da qui, qualcosa che riassumesse il mio punto di vista di scettico intrigato. Oggi è Pasqua, e mi è venuta voglia di andare a sentire la messa in una chiesa cattolica di Bolgatanga. Mentre la mia mente vagava sulle prediche in lingua Frafra, ho capito che un pensiero coerente non ce l’ho e probabilmente non ce l’avrò mai. Quindi ho deciso di rinunciare alla mia ambizione e di accontentarmi di una serie di istantanee. A chi legge la libertà di dedurne qualche pensiero coerente, o anche no.

  • In Ghana, the name of Jesus è onnipresente: urlato da un predicatore fuori dalla finestra la mattina presto, pregato sulla radio nazionale, invocato all’inizio e alla fine di ogni conferenza o evento pubblico, citato nei nomi dei negozi e sui cruscotti dei taxi, cantato e suonato a tutto volume sugli autobus notturni, ringraziato sempre, no matter what.
  • “La mia famiglia è animista, ma io voglio una religione vera. Sto pensando all’Islam perché tanto la birra non la bevo comunque.”

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Non ci avrete mai

Da più di cent’anni, in Burkina Faso, Cristiani e Musulmani vivono, mangiano, ridono e pregano insieme con una naturalezza per noi difficile da immaginare. Parce que c’est le même Dieu.

I Cristiani festeggiano l’Aid e i Musulmani il Natale. Le donne col burka non hanno niente da rimproverare alle altre che allattano con la poppa sempre di fuori. Tanti padri Cristiani accettano senza troppi drammi la conversione dei figli all’Islam, e viceversa. I giovani Musulmani vanno a messa per guardare le ragazze, e deve funzionare, perché i matrimoni misti sono molto comuni.

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Ne vale la pena

Alcuni motivi per cui, in fin dei conti, vale la pena di fare il cooperante in Africa:

  • Poter quotidianamente confermare/dubitare/confutare stereotipi sugli Africani. Capita che uno stereotipo venga confermato/dubitato/confutato più volte nella stessa giornata. La lezione spiccia è forse che gli stereotipi, tutti, son delle gran cagate.
  • Convivere con gli animali da cortile. Puzzano, sporcano, fanno casino, sono scemi ma molto simpatici. Vincono a mani basse in tutte le categorie le capre, seguite a distanza dall’asino per compassione.
  • Stringendo la mano, schioccare le tue dita con quelle dell’altro. All’inizio è un’impresa per tutti i bianchi, poi ci prendi la mano e ti senti un boss.
  • Osservare ed assaporare la vita di comunità.

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La mia ONG è differente

Quando ho finito l’università e mi sono messo alla ricerca di un lavoro nel campo della cooperazione allo sviluppo, per caso e per fortuna mi sono imbattuto nella ONG per cui lavoro attualmente, l’Association la Voûte Nubienne. AVN non è esente da limiti e problemi, alcuni dei quali importanti, ma ha delle caratteristiche che ritengo positive e che la rendono unica nel panorama delle (poche) ONG che ho avuto modo di conoscere.
L’elenco che segue non ha la presunzione di essere universale, del tipo “la cooperazione o la si fa così o non la si fa per niente”. Esistono ottimi programmi di sviluppo che seguono un modello agli antipodi di questo. E’ piuttosto una lista di “buone pratiche” che mi sentirei di consigliare ad un ipotetico fondatore di una ONG nascente.

  • Il programma è nato dall’amicizia tra un muratore Francese, Thomas, e un contadino Burkinabé, Seri, ora co-direttori dell’associazione. Seri non è mai stato a scuola, ha imparato a leggere e a scrivere per AVN, ma parla sette lingue e soprattutto conosce l’Africa. Qualunque decisione sulle strategie di campo passa dall’opinione di un contadino Africano semi-analfabeta che sa tante cose che Thomas, Francese, per forza ignora.

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La vita degli expat è il massimo

La vita degli expat è il massimo. Ieri sera ero con tre Italiani, una Francese, due Canadesi, un Olandese e una Cinese, tutti interessanti e con una valigia di storie da raccontare. Abbiamo cenato in un buon ristorante Coreano spendendo 5 euro a testa. Percorsi con due 4×4 bianchi i duecento metri che ci separavano dalla casa di uno dei ragazzi, la serata è continuata bevendo Amaretto di Saronno con una bella musica ambient in sottofondo che favoriva il broccolaggio di una coppia nascente. Si svariava tra mille argomenti di conversazione in tre lingue, il clima era tranquillo e stimolante, ed io mi sentivo fottutamente bene. La vita degli expat è il massimo. Quando l’assaporo nei miei rapidi passaggi da Ouaga invidio gli amici che la stanno vivendo, e mi dico che forse un giorno toccherà anche a me, in una qualche capitale del mondo. Quale? Non credo abbia molta importanza.

Ma. Continue reading “La vita degli expat è il massimo”