Il cambiamento climatico è.

Carabane è una macchia verde sul delta del fiume Casamance, nel Sud del Senegal. E’ perfettamente piatta, come un’enorme ninfea, circondata da un fiume che sembra un mare, o viceversa. Tutta palme, mangrovie e vacche magre che pascolano sulla sabbia. Sull’isola si vive di turismo durante l’alta stagione, quando gli ospiti del Club Med di Cape Skirring vengono a fare la gita. Ora che è la bassa, si pescano i gamberetti: un adulto e un bwoy camminano sul bagnasciuga trascinandosi faticosamente avanti e indietro una rete per tutta la notte. Se va bene, si possono pescare fino a 13 chili, fanno una ventina d’euro da dividere per due. Ma se va male ci si accontenta di meno di un euro per una nottata di lavoro. Continua a leggere “Il cambiamento climatico è.”

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La vita da expat continua ad essere il massimo

Qualche anno fa scrivevo, preso da un misto di invidia e senso di superiorità, che la vita degli expat in capitale era il massimo, ma era completamente separata dalla realtà da cui erano circondati. All’epoca abitavo in una casa di terra a Boromo, in mezzo al Burkina Faso. Mangiavo solo il tô, bevevo birra di miglio e cagavo in un buco. Non me l’ero scelto, ci ero capitato, ed era stata una bella fortuna. Quando passavo un weekend a Ouagadougou, incrociavo una vita fatta di piscine, condizionatori, ristoranti etnici e taxi pagati il triplo del loro prezzo. E mi chiedevo: come si fa a fare bene il mestiere di cooperante facendo questa vita?

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Appunti da Bafata

C’è un filo invisibile che parte dal Portogallo, attraversa Gibilterra e arriva in Marocco, poi in Mauritania, scende fino al Senegal, e da lì alla Guinea Conakry, alla Liberia, e forse ancora più giù. Collega i luoghi da cui provengono le persone che si trovano oggi a Bafata, una cittadina di 20 mila abitanti in mezzo alla Guinea Bissau. L’incessante movimento di chi cerca di un lavoro, la tranquillità, uno scopo, o di chi si sposta “semplicemente perché gli va”, le ha portate fin qui. Continua a leggere “Appunti da Bafata”

Il rischio (calcolato) è il mio mestiere

Il mio amico Giovanni fa il vulcanologo, e per i suoi studi ha bisogno di dati che vanno registrati il più vicino possibile alla bocca del vulcano Örjefelkull, in Islanda. Il vulcano è mediamente instabile: più si avvicina, più i rischi aumentano, ma più le sue rilevazioni sono accurate e la sua ricerca è efficace. E’ una ricerca importante, che può potenzialmente salvare molte vite, perché punta a migliorare la capacità di prevedere le eruzioni. I rischi che Giovanni si prende sono comunque limitati, è molto improbabile che il vulcano esploda proprio quando lui è lì sopra, e fa tutto il possibile per ridurli al minimo, indossando le protezioni necessarie e monitorando i dati sismici prima di ascendere al cratere. Continua a leggere “Il rischio (calcolato) è il mio mestiere”

Liberté, Egalité, Jaunes Gilets

In Francia i Gilet Gialli protestano contro l’aumento di 6 centesimi del prezzo della benzina e la diminuzione dei limiti di velocità di 10 km/h sulle strade statali. Con una cosuccia come il cambiamento climatico in corso a me sta protesta non fa nessuna simpatia. Per carità, Macron me ne fa ancora meno, ma mi pare che sti gilet stiano tutti a guardarsi l’ombelico, comodamente seduti su una macchina lanciata verso il precipizio. Ma non è questo il punto.

Ancora una volta ci tocca farci insegnare dai cugini come cazzo si protesta. Ieri sono scese in piazza trecentomila persone, fanno lo 0,4% dei Francesi. Eppure che casino che hanno fatto, e di sicuro non è finita qui. In Francia va così ogni volta, che sia per la scuola pubblica o le pensioni, per la privatizzazione delle ferrovie o le quote latte. Tanta gente, coordinata, in tutto il paese nello stesso momento, senza il timore di compiere gesti forti, anche illeciti.

Soprattutto tanta gente che non rientra a casa finché non ottiene qualcosa.

Quanti saremo ad essere preoccupati ed incazzati per le politiche del governo sull’immigrazione, più o meno dello 0,4% degli Italiani? Quanti saremo a considerarla una questione fondamentale per il futuro del nostro paese? E allora perché, mannaggia all’indolenza, non riusciamo a fare un decimo del casino che fanno in Francia per un aumento della benzina? Perché continuiamo a farci bastare una sfilata al mese con gli ottoni, gli slogan brillanti, le magliette colorate, e con la visibilità ottenuta di un trafiletto su Repubblica, asfaltati mediaticamente dal primo tweet di Salvini che ci piglia per il culo?

Quando capiremo che avremmo dovuto alzare di più la voce sarà ormai troppo tardi.

Viva la pasta scotta e senza sale, abbasso il bidet, viva la pizza col gruviera, viva la capacità di indignarsi e di reagire.

Klaus, gli Afar e il deserto

Abbiamo lasciato da un paio d’ore la strada asfaltata. Le 4×4 ci portano a passo d’uomo verso il vulcano Erta-Ale, procedendo a balzelli nel deserto di lava. Intorno a noi, a perdita d’occhio, solo rocce nere, sabbia e qualche raro arbusto rinsecchito. I cellulari hanno smesso di prendere ore fa. La pista che seguiamo è visibile a tratti, quando svanisce solo l’istinto e la memoria dell’autista ci permettono di non perderci nella vastità del deserto. All’orizzonte si vede spesso l’acqua, e invece non c’è mai. Ultime forme di vita avvistate: un branco di struzzi ed un dromedario malconcio accompagnato da un pastore Afar. L’aria condizionata ce la mette tutta per assicurare a noi turisti il comfort per cui abbiamo pagato, ma riesce a stento a contrastare il calore estremo che c’è fuori dal finestrino. Sono le tre del pomeriggio, e la regione Afar è nota come una delle zone più calde e inospitali del pianeta.  Continua a leggere “Klaus, gli Afar e il deserto”

Addis for Dummies

Ad Addis Abeba da un mese, metto giù un po’ di cose che ho osservato andandomene a zonzo per la città e provando a parlare con la gente. Mi scuso in anticipo per la superficialità e l’inaccuratezza, è probabile che io c’abbia capito (ancora?) molto poco.

– Come spesso accade, la prima impressione è che la gente sia fredda e non abbia voglia di chiacchierare. Come quasi sempre accade, presto ti rendi conto che non sono loro ad essere freddi, ma che eri tu ad esserlo nei loro confronti. E’ questione di tempi, di modi e di toni, quando ti abitui è comunque più facile fare conversazione qui che ad Agrate Brianza. Invece resta per il momento la riluttanza a parlare di temi più sensibili, come gli equilibri politici e inter-etnici, i rapporti internazionali, o le vere destinazioni dei minibus.

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Roccadeché?

Ce sarvano le guardie itajane che semo su ‘na barchetta bagnati fracichi, ma nun ce portano subito ar porto, ce fanno prima fà quarche giorno de mare, dice che fa bene a le ossa. Arrivamo ar porto e ce lasceno n’artra settimana ner tetto daa nave co ‘n caldo che se mòre, ogni giorno passeno quii vestiti bene che ce strigneno ‘a mano pe fasse fotografà, ma saa lavano subito dopo. Ar porto ce stanno du gatti co li arancini, ma dice che tutti l’artri tajani sò incazzati neri, ce insultano coo smartfon da sotto l’ombrellone, che porelli cor sole a picco manco se vede bene, scriveno che loro in itaja popo nun ce vojono, che dovemo arzà i tacchi e pure de botto, che se nun se n’annamo ce vengheno a caccià loro chi’i bastoni. Continua a leggere “Roccadeché?”

Questo brutto brutto clima e le colpe di noi fighetti del social

Qualche settimana fa abbiamo aperto a Catania un centro diurno dedicato ai minori stranieri non accompagnati. Il giorno dell’inaugurazione alcune testate hanno riportato la notizia, e i commenti sui social sono stati quasi esclusivamente insulti. Nessuna sorpresa, coi tempi che corrono. Nelle settimane precedenti all’inaugurazione però, avevo fatto un giro nel quartiere con i miei colleghi per annunciare agli abitanti l’apertura del centro, spiegare cosa ci faremo e chi lo frequenterà, farci conoscere e provare a creare rapporti di buon vicinato. Memore del tenore dei commenti che leggo sui social ultimamente, ero preparato al peggio. Avevo elaborato tutte le possibili risposte a quelli che, sicuramente, ci avrebbero detto: che dovremmo occuparci prima degli italiani, che non possiamo accogliere tutti, che non sono razzisti ma non se ne può più, che complottiamo per la sostituzione etnica, che siamo amici di Soros, degli scafisti e dei molestatori… insomma, tutto l’armamentario. E’ successo invece che non solo ne siamo usciti illesi, ma nessun vicino ci ha insultato, ed abbiamo anzi ricevuto diversi complimenti, incoraggiamenti e disponibilità a collaborare.

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Vota Cretino

Avrò avuto otto o nove anni quando, con il mio compagno Leon, un giorno per scherzo cominciammo a dire che eravamo talmente Cretini che potevamo abitare a Cretinopoli (lo so, ci divertivamo con poco).

Sarà stato il clima da fine della Prima Repubblica, o che entrambi sentivamo parecchio parlare di politica in famiglia. Forse eravamo semplicemente Cretini davvero, fatto sta che da quel giorno nacque Cretinopoli, una società che includeva circa la metà della mia classe, in cui ognuno aveva dei diritti e dei doveri, mansioni speciali secondo le proprie competenze, una tessera ed un numero di riconoscimento (io ero Decimo Cretino, dal sapore vagamente imperiale). C’era una Banca Cretina che stampava dei soldi cretini, leggi cretine fatte da un Legislatore Cretino e riunioni settimanali in cui si discuteva della scottante cretina attualità. Continua a leggere “Vota Cretino”