Andrà Tutto Molto Bene

Negli ultimi cento anni, noi Italiani ci siamo fatti, tra le altre cose:

Il fascismo, la guerra, la shoah, la resistenza, la fame, il boom, la strategia della tensione, stragi rosse, stragi nere (e le bombe sopra i treni), il sequestro Moro, la DC, il PSI, il PLI, i NAR, le BR, gli anarco-insurrezionalisti, la P38, il pentapartito, il Pentagono, parentopoli, tangentopoli, calciopoli, il berlusconismo, l’antiberlusconismo, l’antipolitica, l’antidroga, la droga, la mafia, la camorra, la ‘ndrangheta, le mafie esotiche, l’avocado, la pizza hawayana, la carbonara con la panna, il sushi, la farina di kamut, la crisi del grano, la crisi della sinistra, la crisi finanziaria, la crisi petrolifera e la crisi climatica, la crisi Inter, l’addio di Mourinho, gli addio al celibato, l’addio agli anni d’oro, l’addio a Berlinguer, la riforma Berlinguer, Bianca Berlinguer, la crisi della sinistra (e due), il peggior conservatorismo con una spruzzata di locura, l’irrilevanza internazionale, i falsi invalidi, i falsi in bilancio, le false partite Iva, gli autonomi, i nuovi autonomi, i forconi, i girotondi, gli indignados, le sardine, il popolo viola, il popolo della famiglia, la famiglia Coronata, Mauro Corona, Fabrizio Corona, i terroni, gli albanesi, gli zingari, i negri, gli islamici, Nassiryiah, il Vajont, il Friuli, il Belice, l’Aquila, il ponte di Genova, la scuola di Genova, la caserma di Genova, la Costa Concordia, la concordia nazionale sui naufragi nel Mediterraneo, la malaria, la spagnola, la cinese, l’AIDS, il colera, settanta festival di Sanremo, quindici Grande Fratello, diciassette legislature, sessantasei governi, i responsabili, i malpancisti, i cassaintegrati, gli esodati, gli esodi, i contro-esodi, le vacanze intelligenti, le bombe intelligenti, i programmi intelligenti, la politica in tv, le campagne elettorali, i referendum costituzionali, la rinascita della sinistra, la crisi della sinistra appena rinata, Bertinotti, Turigliatto, Andreotti, Castagnetti, Cottarelli, il Rosatellum, il Renzusconi, il Salvimaio, un reazionario al Viminale e ad un passo da Palazzo Chigi.

Ci siamo fatti l’8 Settembre, il 25 Aprile, il 12 Dicembre, il 5 Maggio e mo’ pure il Marzo 2020. Anche oggi, non vedo perché no, andrà tutto molto bene.

Il Covid visto dal Senegal

Stasera anche il Senegal ha preso misure per limitare il contagio: chiusura delle scuole per tre settimane, vietati tutti gli eventi pubblici, controlli rafforzati alle frontiere, piani sanitari straordinari. Una ventina di casi accertati finora, ma la mancanza quasi totale di misure di depistaggio e quarantena fino ad oggi fanno pensare che il virus sia rgià molto più diffuso di quanto si sappia.

Dopo i regimi dittatoriali in Cina e Iran, e dopo i governi democratici in Europa, il virus arriva ora alla prova degli stati fragili. E’ difficile immaginare scenari, ed andrebbe certamente fatta la distinzione tra paese e paese. Azzardo qualche osservazione per il caso specifico del Senegal, dove mi trovo.

Da una parte credo l’espansione potrebbe essere ancora più fulminea che da noi, perché misure restrittive di tipo Italiano sarebbero sostanzialmente impraticabili. Non solo il numero di persone per abitazione è molto più alto e le condizioni igieniche più scarse. Bloccare l’Italia per un mese si può fare, con grandi sacrifici, perché buona parte delle persone ha riserve finanziarie o una rete di sicurezza sociale che permette loro di soddisfare i bisogni di base. Qui una buona fetta della popolazione vive alla giornata: se non lavora per una settimana, non ha da mangiare. Se anche il governo fosse così incosciente da provare a chiudere tutto, le misure fallirebbero e la situazione degenererebbe rapidamente nel caos. Quindi, ammesso che la teoria “caldo frena virus” resti una vana speranza, e che i rimedi tradizionali a base di acqua e carbone, già cominciati a spuntare, non dovessero essereefficaci, sembrerebbe inevitabile che molte persone si ammaleranno a breve. La percentuale di malati (reali, non recensiti) sulla popolazione potrebbe superare rapidamente i livelli Italiani.

D’altra parte, con i suoi 18 anni di età media, in confronto ai 47 dell’Italia, i casi gravi dovrebbero essere più rari. Che ne sarà di loro? Pur essendo uno dei paesi col sistema sanitario più avanzato in Africa, i posti in terapia intensiva sono praticamente inesistenti rispetto alla potenziale domanda. Ma gran parte dei malati gravi non andranno mai a cercare servizi di terapia intensiva, perché non sarebbero andati comunque in ospedale. Molti anziani moriranno a causa del coronavirus, ma complici la mancanza di test e l’interesse del governo a minimizzare, non verranno mai recensiti. Il che ovviamente non renderà la loro morte meno tragica, solo meno rumorosa.

Se tutto questo fosse vero, il coronavirus in Africa non sarebbe percepito tragicamente come in Europa, per il semplice fatto che qui la gente già muore (e nasce) molto di più. Che sia l’Africa il primo continente in cui si svilupperà una vera, inevitabile, immunità di gregge?

Oltre al potenziale numero di decessi, sono preoccupanti la reazione sociale a misure restrittive della libertà personale, per quanto meno dure che in Italia, e soprattutto l’impatto di una crisi globale su un’economia locale fortemente dipendente dalle importazioni, in cui il turismo ha un ruolo importante, e senza reti di sicurezza.

Gli assalti ai supermercati ci sono anche qui a Dakar, ma ad assaltarli sono solo bianchi e ricchi senegalesi, perché gli altri al supermercato non ci vanno mica. Credo che il panico da mancanza di viveri ci sarà, ma durerà poco. Potrebbero mancare prodotti importati dall’Europa. Forse sarà la volta buona che noi expat cominceremo a fare la spesa al mercato e a mangiarci le verdure locali.

Per quanto mi riguarda, mi preoccupa anche il fatto che finora il virus sia percepito come il virus dei bianchi, e questo potrebbe far riemergere un sentimento anti-francese (francese = bianco) sopito ma sempre presente. Ma forse non dovrei preoccuparmi più di tanto, perché quando la gente capisce che ormai il virus è in casa, la caccia all’untore si dimentica in fretta – te li ricordi i Cinesi?

Viva il presidente del Salvador.

Giorno dopo giorno è sempre più atrocemente affascinante osservare come, pur con leggere differenze nei modi e nei tempi, le dinamiche politiche e sociali di presa di coscienza verso il coronavirus stiano seguendo a grandi linee le stesse tappe in paesi diversissimi per regime politico, religione e reddito: dalla Cina agli Stati Uniti, dall’Italia al Senegal.

– Rifiuto: il coronavirus non esiste, è una pandemia mediatica, tamponi resi indisponibili, dati ufficiali non diffusi.
– Rassicurazione e minimizzazione: è solo un’influenza, è solo una malaria (!), è lontano, prende solo i vecchi e i malati.
– Allerta psicologica ma sostanziale passività: hai sentito del coronavirus? Che paura! – sputazzandosi in faccia davanti a un aperitivo. Dicono che potrebbero fare il campionato a porte chiuse? Tutti allo stadio a vedere l’ultima prima che chiudano!
– Demonizzazione dell’untore straniero: cinesi / codognesi / polentoni / italiani / bianchi, brutti schifosi, ci venite ad infestare, statevene a casa vostra! Nel frattempo il covid lo si ha già in casa da settimane, disseminato da un asintomatico totalmente inconsapevole che se ne è andato in giro a tossire e a stringere mani.
– Aumento esponenziale di casi e presa di coscienza collettiva della popolazione, grazie a passaggi traumatici come persone famose ammalate, rinvio di eventi che ci riguardano direttamente, primi sacrifici personali. Ah, ma allora è una cosa vera.
– Misure gradualmente più restrittive: sospensione dell’attività didattica, annullamento di tutti gli eventi, limitazioni degli spostamenti, chiusura dei locali (prima in certi orari, poi definitiva), tutti in casa senza se e senza ma (to be completed..?). Tutte misure prese puntualmente in ritardo di 2-4 settimane.

E’ affascinante perché ci mostra ancora una volta che, alla fine della fiera, noi esseri umani siamo tutti uguali, e siamo anche tutti un po’ scemi. E’ atroce perché se fossimo in grado di anticipare alcune di queste tappe, anche solo di qualche settimana, imparando dagli errori degli altri e non solo dai nostri, il virus sarebbe già sconfitto e migliaia di vite sarebbero risparmiate.

Il presidente del Salvador ha messo in quarantena tutto il paese non avendo ancora registrato nessun contagio. Viva il presidente del Salvador.

Io resto lontano da casa

Quando tutto sto casino finirà, organizzeremo la festa perfetta. Ci saranno tutte le musiche, da Raoul Casadei alla psytrance, tutte le razze e tutte le età. Mangeremo, berremo, e balleremo fino a svenire.

Quando tutto sto casino finirà, non smetteremo più di baciarci, abbracciarci, pizzicarci, scoppinarci e smutandarci. Faremo l’amore ininterrottamente per settimane: da soli, in coppia, terna, cinquina, tombola!, bocconi, carponi, a penzoloni, su una gamba sola, a buco pinzollo e a testa in giù. Scopriremo nuovi sessi, nuovi generi e nuovi modi di ammucchiarci, e nessuno c’avrà niente da ridire. Continua a leggere “Io resto lontano da casa”

Il cambiamento climatico è.

Carabane è una macchia verde sul delta del fiume Casamance, nel Sud del Senegal. E’ perfettamente piatta, come un’enorme ninfea, circondata da un fiume che sembra un mare, o viceversa. Tutta palme, mangrovie e vacche magre che pascolano sulla sabbia. Sull’isola si vive di turismo durante l’alta stagione, quando gli ospiti del Club Med di Cape Skirring vengono a fare la gita. Ora che è la bassa, si pescano i gamberetti: un adulto e un bwoy camminano sul bagnasciuga trascinandosi faticosamente avanti e indietro una rete per tutta la notte. Se va bene, si possono pescare fino a 13 chili, fanno una ventina d’euro da dividere per due. Ma se va male ci si accontenta di meno di un euro per una nottata di lavoro. Continua a leggere “Il cambiamento climatico è.”

La vita da expat continua ad essere il massimo

Qualche anno fa scrivevo, preso da un misto di invidia e senso di superiorità, che la vita degli expat in capitale era il massimo, ma era completamente separata dalla realtà da cui erano circondati. All’epoca abitavo in una casa di terra a Boromo, in mezzo al Burkina Faso. Mangiavo solo il tô, bevevo birra di miglio e cagavo in un buco. Non me l’ero scelto, ci ero capitato, ed era stata una bella fortuna. Quando passavo un weekend a Ouagadougou, incrociavo una vita fatta di piscine, condizionatori, ristoranti etnici e taxi pagati il triplo del loro prezzo. E mi chiedevo: come si fa a fare bene il mestiere di cooperante facendo questa vita?

Continua a leggere “La vita da expat continua ad essere il massimo”

Appunti da Bafata

C’è un filo invisibile che parte dal Portogallo, attraversa Gibilterra e arriva in Marocco, poi in Mauritania, scende fino al Senegal, e da lì alla Guinea Conakry, alla Liberia, e forse ancora più giù. Collega i luoghi da cui provengono le persone che si trovano oggi a Bafata, una cittadina di 20 mila abitanti in mezzo alla Guinea Bissau. L’incessante movimento di chi cerca di un lavoro, la tranquillità, uno scopo, o di chi si sposta “semplicemente perché gli va”, le ha portate fin qui. Continua a leggere “Appunti da Bafata”

Il rischio (calcolato) è il mio mestiere

Il mio amico Giovanni fa il vulcanologo, e per i suoi studi ha bisogno di dati che vanno registrati il più vicino possibile alla bocca del vulcano Örjefelkull, in Islanda. Il vulcano è mediamente instabile: più si avvicina, più i rischi aumentano, ma più le sue rilevazioni sono accurate e la sua ricerca è efficace. E’ una ricerca importante, che può potenzialmente salvare molte vite, perché punta a migliorare la capacità di prevedere le eruzioni. I rischi che Giovanni si prende sono comunque limitati, è molto improbabile che il vulcano esploda proprio quando lui è lì sopra, e fa tutto il possibile per ridurli al minimo, indossando le protezioni necessarie e monitorando i dati sismici prima di ascendere al cratere. Continua a leggere “Il rischio (calcolato) è il mio mestiere”

Liberté, Egalité, Jaunes Gilets

In Francia i Gilet Gialli protestano contro l’aumento di 6 centesimi del prezzo della benzina e la diminuzione dei limiti di velocità di 10 km/h sulle strade statali. Con una cosuccia come il cambiamento climatico in corso a me sta protesta non fa nessuna simpatia. Per carità, Macron me ne fa ancora meno, ma mi pare che sti gilet stiano tutti a guardarsi l’ombelico, comodamente seduti su una macchina lanciata verso il precipizio. Ma non è questo il punto.

Ancora una volta ci tocca farci insegnare dai cugini come cazzo si protesta. Ieri sono scese in piazza trecentomila persone, fanno lo 0,4% dei Francesi. Eppure che casino che hanno fatto, e di sicuro non è finita qui. In Francia va così ogni volta, che sia per la scuola pubblica o le pensioni, per la privatizzazione delle ferrovie o le quote latte. Tanta gente, coordinata, in tutto il paese nello stesso momento, senza il timore di compiere gesti forti, anche illeciti.

Soprattutto tanta gente che non rientra a casa finché non ottiene qualcosa.

Quanti saremo ad essere preoccupati ed incazzati per le politiche del governo sull’immigrazione, più o meno dello 0,4% degli Italiani? Quanti saremo a considerarla una questione fondamentale per il futuro del nostro paese? E allora perché, mannaggia all’indolenza, non riusciamo a fare un decimo del casino che fanno in Francia per un aumento della benzina? Perché continuiamo a farci bastare una sfilata al mese con gli ottoni, gli slogan brillanti, le magliette colorate, e con la visibilità ottenuta di un trafiletto su Repubblica, asfaltati mediaticamente dal primo tweet di Salvini che ci piglia per il culo?

Quando capiremo che avremmo dovuto alzare di più la voce sarà ormai troppo tardi.

Viva la pasta scotta e senza sale, abbasso il bidet, viva la pizza col gruviera, viva la capacità di indignarsi e di reagire.

Klaus, gli Afar e il deserto

Abbiamo lasciato da un paio d’ore la strada asfaltata. Le 4×4 ci portano a passo d’uomo verso il vulcano Erta-Ale, procedendo a balzelli nel deserto di lava. Intorno a noi, a perdita d’occhio, solo rocce nere, sabbia e qualche raro arbusto rinsecchito. I cellulari hanno smesso di prendere ore fa. La pista che seguiamo è visibile a tratti, quando svanisce solo l’istinto e la memoria dell’autista ci permettono di non perderci nella vastità del deserto. All’orizzonte si vede spesso l’acqua, e invece non c’è mai. Ultime forme di vita avvistate: un branco di struzzi ed un dromedario malconcio accompagnato da un pastore Afar. L’aria condizionata ce la mette tutta per assicurare a noi turisti il comfort per cui abbiamo pagato, ma riesce a stento a contrastare il calore estremo che c’è fuori dal finestrino. Sono le tre del pomeriggio, e la regione Afar è nota come una delle zone più calde e inospitali del pianeta.  Continua a leggere “Klaus, gli Afar e il deserto”