Addio Mamma Goma

E così dopo tre mesi, troppo pochi per capirci qualcosa, troppi per non lasciarmi un segno dentro, in un grigio sabato pomeriggio di metà agosto, salii su un volo Ethiopian e me ne andai da Goma.

Me ne andavo da quella Goma guerrigliera e rinunciataria, stracciona e arricchita, spavaldamente corrotta, disponibile ma infingarda, luttuosa e festaiola, accogliente e timorosa. Una Goma costantemente sull’orlo del baratro ma, miracolosamente, in piedi.

La Goma che se la cava, che inventa nuovi mezzi di trasporto ingegnosi, che esistono solo qui, per portare giù le merci dalle colline fino ai mercati in città. La Goma delle salsicce e dei formaggi, dei “giganti” pesci grigliati, del fufu e del lenga-lenga. Quella Goma in cui il clima mai troppo caldo né troppo freddo, e piovoso quanto basta, fa crescere ortaggi enormi e saporiti.

Me ne andavo dal lago Kivu, su cui Goma si sdraia, un lago tanto immenso che è quasi un mare, solcato senza fretta dalle piroghe e sfiorato dagli uccelli a caccia. Me ne andavo dal vulcano Nyiragongo, che se non c’è nebbia si vede da tutta la città, con il suo pennacchio di fumo sempre presente, fonte di vita e di morte, temuto e venerato.

Me ne andavo dalla Goma dei caschi blu uruguayani che combattono la noia delle loro vuote regole di ingaggio alzando al massimo il volume del reggaeton. La Goma degli umanitari sempre indaffarati, coi loghi, i gilerini e le bandierine svolazzanti sui 4×4 bianchi, con il loro status e le loro lamentele, speranze e contraddizioni. La Goma della moltitudine di moto-taxisti coi caschi tutti uguali, che si lasciano vessare dalla polizia fin quando il troppo è troppo, e poi si incazzano male. La Goma dei soldati di tutte le età, colori e provenienze, accomunati solo dal tenere sempre in braccio un’arma. Degli storpi che si trascinano la carità fuori dal supermercato, e dei bambini soli, malati, senza scarpe, talvolta senza piedi. Dei riccastri indiani, libanesi, belgi e persino congolesi, e delle prostitute che ronzano loro intorno sentendo il profumo dei dollari. La Goma delle ville affacciate sul lago che un lusso così neanche a Ginevra.

La Goma dello swahili che si mescola al lingala, al francese, all’inglese e a chissà quante altre lingue che non conoscerò mai. La Goma dei “muzungu, donne moi l’argent”, dei “patron”, dei “papà, mamà, ça ne dérange pas”. Delle cantilene estenuanti che gracchiano dai megafoni dei venditori ambulanti.

Me ne andavo dalla Goma pericolosa, criminale, militarizzata. La Goma stuprata, trucidata, decapitata, smembrata, mangiata, vendicata. La Goma dalla violenza efferata che fa vacillare quel poco di fiducia che hai ancora nell’umanità, e ti lascia inebetito a chiederti: perché?

La Goma del colera, dell’ebola, del vaiolo delle scimmie, del morbillo, del covid, e dell’attesa rassegnata della prossima piaga.

Me ne andavo dalla Goma delle persone belle che nonostante tutto fanno il loro. Angeli caduti in un inferno che poteva essere un paradiso.

Arrivederci Mamma Goma, addio.


Campioni del Mondo

In quelle giornate no, in cui ti senti perseguitato dalla sfiga, pensa che un abitante del Nord Kivu, in Congo, negli ultimi quattro anni si è ciucciato, in ordine sparso:

-Epidemia di ebola
-Varie ondate di colera
-Il covid (ça va sans dire)
-Un’eruzione vulcanica devastante con annesso sciame sismico
-Fughe di gas metano assassine dal lago e dal sottosuolo
-Decine di gruppi armati che si fanno la guerra tra loro, in molti dei quali combattono i bambini
-Uno di questi gruppi che stringe il cerchio intorno alla capitale Goma e minaccia di entrarci in armi
-Milioni di sfollati che abitano in campi profughi infernali, a volte bersaglio dell’artiglieria
-Stupri ed altre violenze di genere quotidiane e normalizzate
-Microcriminalità dilagante
-Mercenari bulgari e caschi blu bengalesi
-Umanitari ubriachi che ballano il reggaeton
-Poteva andare peggio, poteva piovere? No. Inondazioni.

Quando ti senti campione mondiale di sfiga resta umile, ne hai di strada da fare.

Il Nord Kivu è anche un posto bellissimo con colline verdeggianti, clima mite, un lago stupendo al tramonto, formaggio e salsicce, i gorilla di montagna, la gente presa bene.

Datemi un pezzo di legno e vi trasporterò il mondo

Una delle prime cose che mi saltano all’occhio girando per le strade di Goma è un bizzarro mezzo di trasporto che pare uscito da un cartone animato. Lo chiamano tshukudu ed è l’anello di congiunzione tra un monopattino, uno scooter e un carretto. Gioiello low-tech, è fatto interamente in legno e ad emissioni zero. Le due ruote sono unite tra loro da uno stretto telaio diagonale su cui è montato uno sterzo che, tramite un manubrio in stile Harley, permette di orientare la ruota anteriore. Il suo design è la parodia in salsa africana di uno scooter, mi fa pensare a quelle immagini generate dall’intelligenza artificiale che prendono milioni di like da boccaloni convinti che un bambino nero possa costruire un aeroplano con delle bottiglie di plastica.

Quando viaggia scarico, il portatore o thsukudour appoggia un ginocchio sul telaio (dotato di apposito cuscinetto salva-rotula), mentre con l’altro piede dà le spinte che lo fanno sfrecciare. Essendo leggero e sottile, si infila facilmente tra gli altri mezzi negli ingorghi bestiali del centro di Goma. Ma è da carico che il tshukudu dà il meglio di sé: quando le merci sono portate giù in città dalle colline circostanti raggiunge velocità da skateboard downhill, adrenaliniche e rischiosissime; in pianura invece è spinto con fatica dal tshukudour, che lo affianca a piedi tenendo le braccia sul manubrio, e può trasportare carichi sorprendentemente lunghi e ingombranti, con una portanza degna di un’Ape Piaggio (dicono fino a 800 kg e a me piace crederci). Se sufficientemente acrobatiche e coraggiose, ci trovano spazio anche due o tre persone alla volta.

Con una cinquantina di dollari si compra un modello base, mentre le versioni più avanzate, con pneumatici di gomma e ammortizzatori, arrivano a un centinaio (ma qual è il limite agli optional? Sogno una versione congolese dell’indimenticato Pimp my Car di MTV, con un rapper locale che monta sound system, luci al led colorate e cuscini di velluto su vecchi tshukudu scassati).

Quando dico all’autista che non avevo mai visto un mezzo simile, mi risponde con un certo orgoglio che, in effetti, è una creazione di Goma, si usa solo qui. A ulteriore conferma, poco dopo passiamo dalla Rotonda Tshukudu, al centro della quale c’è una grande statua in simil oro di un uomo che sul suo bolide ci trasporta letteralmente il Mondo.

Resto perplesso su quanto il tshukudu sia un mezzo effettivamente funzionale per spostarsi e trasportare i carichi (perché il telaio è così stretto? perché solo due ruote e non tre o quattro? e se è efficiente, perché esiste qui, e qui soltanto?) Ma credo faccia parte di quelle tante cose che nell’Est della RDC funzionano in modo diverso da qualunque altro posto, e chi sono io, appena arrivato, per provare a capirle.

Viva il Patriarcato

Perché è così difficile eradicare il patriarcato? Ma perché a noi uomini va benissimo così!

Non abbiamo niente da perdere e tutto da guadagnare. Perché mai dovremmo scendere dal piedistallo? Forse perché in fin dei conti sarebbe un bene anche per noi, che usciremmo così dalla gabbia di stereotipi di genere che la società ci disegna addosso e di cui siamo noi stessi vittime? Che concetto astruso, ci si capisce e non ci si capisce.

Ci accolliamo volentieri questa fantomatica gabbia, ma ci teniamo anche il diritto di disporre del corpo delle donne a nostro piacimento, i ruoli di potere e i salari più alti, le battutacce così piacevolmente poco impegnative, le pacche sul culo date o pensate, il catcalling, il linguaggio a misura nostra, la weaponized incompetence, le chat del calcetto, la sicumera di chi non sa niente ma te lo spiega lo stesso, la gara a chi se ne è fatte di più, la serenità di tornare a casa da soli la notte, la libertà di scegliere un partner senza cercare le red flag. Ci teniamo il non dover mai rispondere a nessuno della nostra grettezza.

Il cazzo ci ha dato il potere e noi col cazzo che lo molliamo.

Lo difenderemo con i denti, ma continuando a dichiararci solidali con voi. Perché mica siamo stupratori, mica siamo assassini. Quelli sono gli altri, i mostri. Non siamo tutti così, noi siamo meglio, noi amiamo le donne e non le toccheremmo neanche con un fiore. Siamo perfettamente in pace con la nostra coscienza, spaparanzati su un privilegio che forse non ci saremo guadagnati, ma di cui non vorrete mica darci la colpa..? E poi è sempre andata così. Solo vent’anni fa ve la sognavate la libertà che avete oggi. Guardate come stanno le donne in Africa, guardate in Medio Oriente. Avete tutto e vi lamentate. E quanto chiasso che fate, siete sgarbate ed escludenti. Prendete e portate a casa tutto quello che vi abbiamo magnanimamente concesso e non dateci dei maschilisti, ci dovete solo ringraziare.

Buona lotta compagne, continuate pure a dare l’assalto al castello, le nostre barricate sono lì da millenni e restano belle solide. Non sarà certo qualche crepa a intimorirci.

Povertà e Riccanza

In Africa c’è molta povertà, e questa è storia nota. Ma magari fosse solo questo. Purtroppo in Africa c’è anche la riccanza. In una parola, c’è un’oscena, smisurata, sconcertante disuguaglianza. In ogni città africana convivono fianco a fianco (o sopra-sotto) la miseria che siamo abituati a vedere nelle pubblicità delle ONG, e una ricchezza pacchiana, ostentata, che da noi è tipica solo dei parvenu e farebbe storcere il naso ai ricchi veri. Straccioni e riccastri, gli uni ad ammirare col cannocchiale gli altri al di là di una voragine sociale così immensa che solo un povero pazzo potrebbe sperare di attraversarla.

Sono livelli di disuguaglianza difficilmente concepibili da noi occidentali, che giustamente consideriamo inaccettabili anche le ben più modeste disuguaglianze nostrane. Per quantificare, possono servire degli esempi tratti da esperienze recenti in Mozambico, ma ahimè rappresentativi. Per una notte in un albergo di medio livello si pagano 90 euro, la signora che ci fa le pulizie, dieci ore al giorno per sei giorni alla settimana, quei soldi li vede in un mese. L’ingresso a un concerto di una nota cantante angolana costa 30 euro, il ragazzo che ti ci porta attraversando la città in taxi-moto chiede 70 cents. Un alto funzionario delle Nazioni Unite può prendere diecimila euro netti, ma spende 15 centesimi per farsi lucidare le scarpe da un bambino. I proprietari degli immobili di lusso si godono le loro rendite a Dubai, mentre i guardiani che li controllano h24, con quello che prendono in un giorno a Dubai non ci comprerebbero un biglietto della metro. Una bottiglia di champagne in un locale altolocato può costare come una scuola.

I governi non hanno il minimo interesse a ridurre questa spaccatura. Una popolazione divisa in due, con una elite che punta a preservare lo status quo e una massa di diseredati che pensa solo a mettere insieme il pranzo con la cena, è funzionale al mantenimento del potere. Anche se un governante illuminato si mettesse in testa di diminuire le disuguaglianze, difficilmente avrebbe i mezzi economici, politici e organizzativi che gli permetterebbero di adottare politiche fiscali redistributive e di garantire quel welfare che, in un paese ricco, strutturato e con la giusta volontà politica, potrebbe servire allo scopo.

I principali attori della cooperazione (UN, agenzie di sviluppo nazionali, grandi ONG internazionali) non solo non riducono gli squilibri, ma contribuiscono ad ampliarli in vari modi. Ricoprendo d’oro e di benefit i vertici delle loro gerarchie, quasi sempre bianchi e di passaggio: appartamenti in compound extra-lusso, suv sempre lucidi, scuole private con rette astronomiche, servitù. Ma anche offrendo stipendi ben al di sopra della media a impiegati locali mediocri, a cui la famiglia già benestante ha pagato gli studi superiori, e che possono così entrare a far parte della casta degli umanitari e campare da privilegiati assoluti pur continuando a lavorare per i poveri (mediamente con la passione civile di uno squalo di Wall-Street). Infine, elargendo generosissime perdiem a funzionari e politici locali perché questi si degnino a presenziare a workshop, inaugurazioni ed eventi vari, ottenendo così l’appoggio necessario per implementare i progetti, ma con l’effetto perverso di trasferire parti ingenti di budget teoricamente destinati agli ultimi, direttamente nelle tasche dei primi. Tutto legale, tutto rendicontato, tutto abbastanza vomitevole.

Non va meglio con il profit. La stragrande maggioranza di chi fa business in Africa lo fa da ricco per ricchi. Le imprese che si possono definire sociali sono in una nicchia del mercato. Tutto il resto è sfruttamento (leggi: depredazione) di materie prime, fornitura di beni e servizi di lusso che offrono enormi margini di guadagno anche grazie a manodopera a costi stracciati, import-export di prodotti accessibili esclusivamente a nostri e loro facoltosi. Lo sgocciolamento della ricchezza è una favoletta della buonanotte che i ricchi raccontano per tenere i bimbi poveri nel loro lettuccio di paglia, mentre si fumano un sigaro che costa quanto un villaggio intero.

Si potrebbe pensare che una disuguaglianza così ripugnante finisca per causare tra i poveri un sentimento di rivalsa, un odio di classe e una violenza generalizzata. Invece, complici l’ignoranza e le favolette, si risolve in una dimessa accettazione della propria condizione sfortunata, in una vaga illusione di poterla migliorare grazie all’intervento divino, e nell’ammirazione ed emulazione di tutto ciò che è o sembra ricco. Dulcis in fundo, nell’odio verso chi è più povero, e magari viene da fuori. Ricorda qualcosa?

Freddo, guerra e povertà

Quando dico che devo andare in missione a Tsangano, la gente sgrana gli occhi e mi avverte: copriti bene, che lì fa freddo. Rispondo con accondiscendenza che lo farò, ormai immune all’allarme freddo africano, che poi si rivelano puntualmente essere 16 gradi di minima, gestibili con una maglia di cotone.

Ma Tsangano è in montagna, precisamente a 1,500 metri di altitudine. Una montagna così alta che si è più vicini alla stelle, mi fa notare il mio autista. Ci arriva una strada ben asfaltata, per grazia ricevuta da qualche politico locale. (Funziona così da queste parti, non molto diversamente che da noi: servizi di base come scuole, strade e ospedali, sono frutto della generosità di chi è nato qui e ce l’ha fatta, che sia perché hanno pagato di tasca loro, o perché hanno fatto pressioni per allocare fondi pubblici). Mentre ci inerpichiamo sui tornanti mi godo il panorama e vorrei essere io a guidare. Distese di colline verde secco, case di terra e paglia, mandrie di mucche magre, baobab qui e là, altri alberi con fiori colorati, imponenti speroni di roccia su cui nessuno è mai salito.

Mi basta mettere il naso fuori dalla macchina per capire che questa volta è diverso: a Tsangano fa il freddo vero, che continuo a sentire anche mettendo uno sopra l’altro tutti i vestiti che ho. Il freddo da condensa, che ti entra nelle ossa, che ti fa nascondere la testa tra le spalle e tenere le mani strette in tasca. Il freddo delle case di campagna disabitate da tempo prima che i termosifoni riescano a scaldare i muri. Quel freddo lì, ma senza riscaldamento autonomo.

L’amministratore di Tsangano ci accoglie bello imbacuccato. Dopo le classiche parole di benvenuto su quanto fa freddo, ci racconta tutto quello che a Tsangano non va. Una sola ambulanza per un distretto da 250mila persone. Anche quando ha benzina, l’ambulanza ci mette ore ad arrivare nei centri di salute, perché le strade sono impraticabili. E nei centri comunque non ci sono medici. Le 101 scuole sono senza banchi, lavagne, finestre, maestri. Pure senza bambini, perché i pochi genitori che non mandano i figli a lavorare nei campi preferiscono comunque farli studiare in Malawi, a pochi chilometri da qui, perché lì i banchi ci sono e non piove dentro. Eppure avremmo tante opportunità. Qui grazie al freddo potremmo avere cereali che non crescono altrove, potremmo trasformare la patata dolce e il mango, invece di esportarle grezze. Potremmo persino essere una meta turistica, con le nostre belle montagne, ma servirebbero strade e alberghi.

In effetti il turismo di massa non sembra ancora pronto ad arrivare a Tsangano. L’unico hotel nel distretto è il Residencial Pinho, uno squallido cortile di cemento e lamiera la cui proprietaria, che vive al caldo in riva al mare, per la modica cifra di 45 euro a notte offre uno stanzino con lenzuola semi-pulite, coperta non abbastanza calda, materasso auto-sprofondante, spifferi multidirezionali, secchio d’acqua calda per la doccia, e vecchi ricordi di zanzariere (sì, zanzare bioniche resistono al gelo delle notti Tsanganesi). Il tuttofare dell’albergo prende in un mese poco più di quello che io pago per una notte. Sorprendentemente, non sembra molto motivato, e non è affabile con la clientela.

La gente di Tsangano è estremamente povera. E’ una povertà che faccio fatica a quantificare, che sfugge ai miei parametri tanto quanto le fortune multi-miliardarie dei padroni del mondo. I poveri non hanno niente, i meno poveri qualche capra, i benestanti le mucche. I bambini lavorano scalzi nei campi. Il clima stagionale fa la differenza tra un pasto al giorno e nessuno. Nelle famiglie numerose, se si deve scegliere, il più piccolo è quello che mangia di meno. E’ una povertà da sguardi smorti e pance gonfie.

Il progetto per cui lavoro punta tra l’altro a trasmettere tecniche di agricoltura biologica adatte al clima che cambia. I contadini di Nandaya però ci chiedono i fertilizzanti chimici perché gli ortaggi crescano un po’ di più. I nostri argomenti sulla sostenibilità e la resilienza climatica si rivelano alquanto deboli. Eppure, sono tutti profondamente grati per quei pochi semi e attrezzi ricevuti. Sono felici di essere stati pagati una miseria per coprire le buche della strada che collega la comunità al mercato di Maconje. Se poi il progetto scaverà anche un pozzo, la gratitudine sarà infinita. Io però conosco il nostro budget, so quanto spendiamo per costi amministrativi, stipendi e perdiem, so quanto guadagno, quanto va sprecato per inefficienze varie, e quanto del budget totale riesce a sgocciolare fino a loro. I contadini di Nandaya ci ringraziano per aver lasciato loro le briciole, che quando hai fame sono comunque meglio di niente. Più loro sono grati, più io mi convinco che è tutto profondamente e irrimediabilmente sbagliato.

Oltre alla povertà, Tsangano ha conosciuto la guerra. Tra queste montagne il partito di governo e i ribelli (ora principale partito di opposizione) hanno combattuto per anni. Gli accordi di pace risalgono al 2019, ma l’ultima arma è stata simbolicamente consegnata solo qualche settimana fa. Una guerra sporca, fratricida, finita e poi ricominciata. Ora disarmata, smobilitata, sopita. Cosa resta? Ricordi, mezze parole e sguardi bassi, consapevolezza che ora c’è la Pace, domani chissà, le ONG che spiegano ai contadini confusi che la Pace è bella e la Guerra brutta, che è importante vivere tutti insieme e non odiarsi. Restano le carcasse arrugginite di vecchi carri armati diventati cassonetti della spazzatura che emergono dalla fitta nebbia del mattino. La nebbia fa del suo meglio per nascondere pietosamente questa miseria umana, ma prima o poi si alza, e la miseria è ancora là.

Angeli e Demoni

“I Romagnoli hanno un problema di accumulazione seriale. Da noi si dice: non si butta via niente, che non si sa mai”. Due ragazzi in un bar commentano così le cataste di rifiuti ingombranti che movimentano le strade piatte di Lugo. Ogni villetta, un cumulo. Ogni condominio, una montagnola. In discarica, una montagna enorme. Io non credo che siano i Romagnoli ad avere una passione per l’accumulo. Pensate alla vostra cantina riempita d’acqua fino al soffitto, e immaginatevi che aspetto avrebbe la vostra personale catasta di cose da buttare. Nella nostra, innalzata sgomberando una ventina di garage ancora in parte allagati, c’erano tra gli altri tappeti, enciclopedie, dvd, un violino, riviste porno, coppe di tornei di tennis, un organetto, pannoloni per adulti, liquori pregiati, un sintetizzatore, sedie a rotelle, televisori, pellicce, ombrelli, quadri, divani, stampanti, tonnellate di carta e cartone. Per quanto mi sforzi di non scadere nel misticismo apocalittico alla Occhetto, mentre ammiro questo Everest di melma e ricordi non riesco a non vederci un ciclo perfetto: il consumismo che si nutre di sovra-produzione, che inquina e aumenta la CO2 nell’atmosfera, che causa il riscaldamento globale, che potenzia i fenomeni climatici estremi, che fanno esondare 21 fiumi in poche ore, che spazzano via le tonnellate di oggetti acquistati, consumati, accumulati e dimenticati in cantina.

A proposito de “I Romagnoli sono così”: anche questa volta ci siamo sorbiti la litania dei vari “I Romagnoli non si arrendono mai”, “I Romagnoli si rimboccano le maniche e si aiutano l’un l’altro”, “I Romagnoli non perdono il buon umore anche nelle tragedie”. Ho già sentito gli stessi cliché su Emiliani, Marchigiani, Umbri, Aquilani, Ucraini, Haitiani, Burkinabé, e chissà quanti altri. Trovo questa retorica insopportabile, sempre. Sottintende che ci siano altri popoli che colpiti da tragedie se ne resterebbero in poltrona a piagnucolare, facendosi i dispetti gli uni con gli altri. Ma stranamente non ho mai sentito al telegiornale una notizia tipo “La catastrofe è aggravata dal fatto che le popolazioni colpite non hanno proprio voglia di lavorare”. Non è la provenienza, né la cultura, né il colore della pelle a far scattare quel sentimento di solidarietà tra i membri di una comunità colpita. E’ il concetto di comunità stessa, e appartiene a tutti gli animali sociali senza distinzione. Ci si ritrova impauriti e ci si leccano le ferite a vicenda, da ognuno secondo le proprie possibilità, ad ognuno secondo i propri bisogni. E’ come se quando le circostanze si fanno difficili ci dimenticassimo per un attimo di essere così stronzi. Funzioniamo così, è una cosa molto incoraggiante e mi colpisce sempre.

Quando la solidarietà scatta, ognuno si fa forza osservando gli altri attivarsi. Questa dinamica virtuosa finisce per spingere tutti ad andare ben oltre i propri limiti: volontari che lavorano 16 ore al giorno, persone anziane che sollevano mobili tipo incredibile Hulk, disabili che spalano fango dalla carrozzella, ernie che rientrano da sole nei loro dischi, PR ventenni del Marina Bay che gestiscono lo smistamento degli aiuti. Tutte queste imprese sovrumane però rischiano di vanificarsi se gli sforzi non sono adeguatamente coordinati. E’ quella la parte più complicata: non tanto far arrivare migliaia di volontari dotati di pala e stivali, ma smistarli nel posto giusto; non spaccarsi la schiena in quindici, ma procurarsi un trattore e qualcuno che lo sappia guidare; non ricevere tonnellate di aiuti che andranno buttati, ma avere quel che serve quando serve. Non ho potuto farmi una visione di insieme e quindi non mi permetto di dare giudizi generali. Ma se verso l’impegno dei volontari provo solo meraviglia e ammirazione, per quanto riguarda la capacità di ottimizzare queste risorse da parte di istituzioni e corpi di pubblica sicurezza sono ben più esitante.

Tra le motivazioni di chi decide di dare una mano c’è spesso una componente di autocompiacimento e di sfida personale. Anche la voglia di dimostrare a se stesso e agli altri le proprie virtù è un istinto da animale sociale, e non ci trovo niente di male. Mi immagino che anche gli angeli del fango del ’66 saranno stati contenti di dire ai loro amici che erano andati ad spalare, e inorgogliti dalle dichiarazioni di stima che ricevevano. La sensazione però è che i social abbiano ingigantito questa componente, a volte fino a renderla la principale. Ho il weekend libero, vado in Emilia, dò qualche colpo di pala e posto qualche stories di me insozzato: angelo del fango, bene bravo eroe, centomila like, ingravidami, autostima rafforzata. Se pensate di venire in Romagna fate tutte le storie che volete, ma già che ci siete provate a sbattervi, perché da fare ce n’è e ce ne sarà per molto.

Io comunque in giro di Angeli non ne ho visti, ma in compenso ne ho sentiti tirar giù tanti, insieme a Zii, Madoske e Santi vari. I Romagnoli son così.

La Maledizione del Turista

Quando vivevo all’estero solo una cosa mi infastidiva più del caldo, delle zanzare e della diarrea: i Turisti. Con gli anni ho dovuto accettare l’evidenza che il mondo è troppo grande e la vita troppo breve per stare abbastanza a lungo in qualsiasi luogo degno di interesse. Quindi mi sono inevitabilmente trasformato in uno di quei personaggi che guardavo con superiorità mista a compassione aggirarsi sudaticci e gesticolanti con una gigantesca freccia al neon lampeggiante con scritto POLLO che puntava dritta su di loro.

La caratteristica fondamentale del Turista è l’odio verso tutti gli altri Turisti, cioè in ultima analisi l’odio verso se stesso. A partire dalla fase preparatoria del viaggio, in ogni singola decisione di itinerario, escursione o acquisto, fino ai racconti agli amici dopo il rientro, il motore immobile del Turista è il disperato tentativo di distinguersi dalla massa cercando esperienze rigorosamente non-turistiche. A chiunque incontri nel suo viaggio dichiara con orgoglio che i soliti pacchetti non gli interessano, quella che sta cercando è un’esperienza autentica. Ma il Turista ignora che nelle tavole della legge del Turismo Universale, dettate dalla Dea Lonely Planet a Patrizio Roversi sulla cima del Machu Pichu, al numero uno è scritto: “Il Turista farà esattamente e ineluttabilmente le stesse identiche cose che ha fatto qualsiasi altro Turista passato da quel luogo in precedenza”. Mangerà negli stessi ristoranti, parlerà con le stesse persone, finirà negli stessi cul de sac provando a vagare senza meta, farà le stesse foto con le stesse inquadrature sghembe (e riceverà le stesse espressioni compassionevoli e bestemmie trattenute se proverà a mostrarle ai suoi cari), si perderà delle gemme nascoste, e tornerà a casa sinceramente convinto che, è andata come è andata, ma almeno ha fatto a modo suo.

Indipendentemente dall’esperienza e dalla conoscenza del paese, il Turista si sente più furbo degli altri Turisti, e per dimostrarlo a se stesso vive nel costante disperato tentativo di non farsi fregare. Nonostante abbia in tasca una moneta che, quando viaggia in mete esotiche, gli rende tutto molto cheap, ama dilettarsi nella sottile arte della contrattazione per risparmiare cifre che a casa sua avrebbero il colore del rame. Ne esce stremato ma convinto di aver portato a casa un buon affare. Ha quasi certamente preso una sola, ma se anche se ne dovesse accorgere, non lo ammetterà.

Il Turista che si aggira in luoghi particolarmente frequentati dai suoi simili passa le giornate a rifiutare, utilizzando in modo maccheronico la versione in lingua locale del “No, grazie” che ha trovato sul glossario in fondo alla guida, qualsiasi cosa gli venga proposta: guide private, cibo di strada, stanze di albergo, tuc-tuc, souvenir, sesso, droga, pietre preziose, matrimoni, rivelazioni mistiche. Autore delle offerte è il Procacciatore, la nemesi del Turista, a lui indissolubilmente legato in un rapporto simbiotico del tipo: la tua esistenza permette la mia, ma alla mia esistenza può far comodo rendere la tua impossibile.

Il Procacciatore conosce un’espressione per ogni lingua parlata dal Turista. La sua abilità consiste nel mandare a memoria non una banale frase (l’equivalente in ogni lingua del “Mamma mia”, per intenderci), ma qualcosa che il Turista non abbia ancora sentito da altri Procacciatori. Di sicuro impatto sono: forme dialettali o arcaiche, canzoni pop che il Turista credeva di aver dimenticato, nomi di calciatori non troppo conosciuti, parolacce con accenti volutamente sbagliati. Al Procacciatore basta un mezzo sguardo per indovinare da tratti somatici, vestiario e movenze del Turista, non solo il paese di provenienza, ma anche quanto margine ha di cavarne qualcosa. Anche quando ha la piena consapevolezza che il Turista rifiuterà le sue attenzioni (dirà di no, ma come? Sarà gentile, sgarbato, fingerà di non sentire…), il Procacciatore fa comunque un tentativo, accumulando così esperienza al suo bagaglio.

Il Procacciatore conosce alla perfezione modi, tempi e ambizioni del Turista, prima fra tutte la repulsione verso gli altri Turisti. E’ quindi diventato bravissimo a lisciargli il pelo proponendo le tanto agognate esperienze non-turistiche. Migliaia di Procacciatori che propongono escursioni in mete non-turistiche hanno un effetto paradossale: luoghi teoricamente non-turistici pieni fino a scoppiare di Turisti non convenzionali, ed altri mainstream semi-deserti, popolati solo da quei rari Turisti che ancora si accontentano del pacchetto di base.

La disonestà, al pari della faccia come il culo, non sono doti strettamente necessarie ad un Procacciatore, ma aiutano. C’è da dire però che malgrado i sotterfugi, le mezze verità, i prezzi gonfiati e i consigli sbagliati, è comunque assai raro che il Procacciatore riesca nell’impresa di essere più stronzo del Turista.

I treni in India

Come le sposti un miliardo e mezzo di persone su un territorio grande dieci volte l’Italia? Non certo solo con gli autobus. Gli inglesi avevano iniziato a costruire in India una rete che permettesse di spostarsi su rotaia almeno tra le città principali. Questo titanico sforzo ingegneristico è stato portato avanti dopo la decolonizzazione. L’esempio dei vecchi coloni, che privatizzavano le loro con risultati disastrosi, non è stato seguito: le ferrovie indiane sono rimaste sotto il controllo dello stato, collegano in modo estremamente capillare ogni angolo di India, e con un milione e mezzo di personale sono una delle aziende con più impiegati al mondo.

Il treno indiano non è un luogo stagno. Le porte sono sempre aperte e solo alcuni vagoni hanno veri e propri finestrini. Non c’è discontinuità tra il dentro e il fuori, tra quel che si muove e quel che resta fermo. Questa assenza di barriere, unita al fatto che il treno parte sempre molto piano, permette di salire e scendere mentre è in movimento con relativa facilità. Una caratteristica da cui traggono vantaggio principalmente gli sciami di venditori ambulanti, che hanno imparato, forse con qualche incidente di percorso, la massima velocità a cui riescono a infilarsi su un treno in corsa o a cui possono lanciarsi giù senza sfracellarsi, massimizzando così il tempo di permanenza a bordo e quindi le potenziali vendite. Altre categorie che sfruttano a proprio favore la porosità del treno sono i ritardatari, che se abbastanza agili possono inseguirlo fino alla fine della banchina e anche un po’ più in là; le scimmie, che una volta scesi tutti i passeggeri umani fanno razzia di ogni tipo di avanzi nei vagoni fermi in stazione; e i passeggeri stessi, che durante i lunghissimi e sfinenti viaggi approfittano delle numerose pause nei non-luoghi tra una stazione e l’altra per sgranchirsi le gambe, fare pipì o fumarsi una sigaretta, oppure, audaci quasi quanto Tom Cruise in Mission Impossible, stanno appollaiati fuori dal treno in corsa a prendere aria. La densità di persone raggiunta in alcune carrozze è tale che i posti dentro-fuori sono piuttosto ambiti, e chi se li conquista cerca di tenerseli il più a lungo possibile.

La ripartizione delle carrozze tra le varie classi è una valida alternativa all’indice di Gini come misura della disuguaglianza economica nel paese. Mediamente, i ricchi e benestanti occupano tre o quattro carrozze, non sempre riempite al massimo della capienza. Ognuno è nel suo posto assegnato con aria condizionata, prese elettriche, sedili imbottiti, lenzuola e coperte per i viaggi lunghi. Per i più fortunati in business class, catering e giornale. Un altro paio di carrozze sono per la classe media: niente AC, ma posto assicurato. Tutti i restanti vagoni (di convogli assurdamente lunghi!), direi all’incirca una ventina, sono per chi non ha nulla da spendere e nulla da pretendere. I biglietti da pochi centesimi ti assicurano solo il diritto di essere sul treno, di muoverti con lui. Non c’è un limite al numero di biglietti vendibili, quindi chi arriva primo (perché arrivato in stazione con ore di anticipo, o più abile nell’introfularsi durante il pigia-pigia, o abbastanza atletico da entrare direttamente dal finestrino) si siede sulle panche e prova ad accaparrarsi più spazio possibile. Poi si riempiono le griglie per i bagagli, più comode di quanto possa sembrare, con la stuoia giusta. Tutti gli altri si arrangiano come possono. È tanta, tanta gente, e i viaggi possono durare decine di ore. La cortesia del “si vuol sedere?” è roba da prima classe. Il posto lo si suda e lo si tiene stretto. Semmai, si condivide il cibo e l’acqua, e non si fa una tragedia di reciproci appoggi tra vicini, la testa sulla spalla o anche un po’ più arditi, come adolescenti impacciati al cinema.

Puntualissimi nel loro eterno ritardo, tra violenti scossoni e inspiegabili pause di riflessione, i treni muovono l’India con esasperante lentezza, ma anche con il non trascurabile vantaggio che, a differenza di un viaggio su strada, si parte con la ragionevole certezza che, prima o poi, si arriverà.

Varanasi, me stesso e tutto il resto

A Varanasi non ho trovato me stesso. In compenso, ho trovato tutto il resto. Una tale varietà di stimoli per i cinque e più sensi che ogni tentativo di descriverla con gli aggettivi di cui dispongo finisce per frustrarmi. Mi sembra di offuscare, banalizzare, stereotipare. E però le sensazioni sono così forti che ho voglia, forse bisogno, di condividere qualcosa. Quindi ho provato a buttare giù, in ordine sparso e senza troppe velleità letterarie, alcune cose che ho visto e pensato qui. E’ venuto un discreto pippone di nessun interesse particolare per i più, ma magari a qualcuno fa venire voglia di venirla a vedere, o a chi c’è già stato fa riemergere dei ricordi piacevoli.

Su un’ansa del Gange, lungo una decina di chilometri, ottantotto scalinate dette ghat collegano la città di Varanasi alla sponda destra del fiume sacro. Le prime sono state create dagli Dei, quindi a memoria d’uomo sono sempre state lì, altre volute da vari sovrani nei secoli, alcune costruite ai giorni nostri. Vanno dallo scalone monumentale alla scaletta che si intrufola nella fessura tra due costruzioni vicine. Sono ripide, spesso colorate e arrivano fin dentro al fiume. Tra una scala e l’altra sorgono edifici di ogni tipo, per la maggior parte templi di varie forme e colori, ma anche imponenti palazzi fortificati, case di mattoni senza arte né parte, torrette e cisterne, e qualche ecomostro qua e là. Dall’altra parte del fiume si intravedono nella nebbia solo una vasta spiaggia, degli alberi all’orizzonte, e rari segni della presenza dell’uomo.

Da più di duemila anni gli abitanti di Varanasi e, più recentemente, i pellegrini di ogni parte del mondo, si ritrovano sul lungo fiume per fare i bagni rituali che portano buon karma, e una serie di altre attività piuttosto varie: bruciare i corpi dei defunti per poi disperderne le ceneri nel fiume; lavare la biancheria; meditare o fare yoga; fare affari più o meno loschi; giocare a cricket; lasciarsi morire; cantare e suonare il sitar, i tamburi, le conchiglie e le campanelle (i clacson no, perché le sponde sono meravigliosamente inaccessibili al traffico); incantare serpenti; farsi fare un massaggio, sbarbare, o pulire le orecchie; chiedere l’elemosina; fare giri in barca nutrendo i gabbiani; far volare aquiloni a centinaia di metri di distanza; partecipare, individualmente, in piccoli gruppi o in migliaia, a rituali e cerimonie basate su nenie ripetitive, pitture colorate, pietre, fuoco, statuine, piume di pavone, incensi, petali, fiori e collanine; scrivere, disegnare e dipingere; leggere il giornale; fumare hashish e ganja, con o senza intenti spirituali; mangiare cibo di strada speziato e quasi sempre fritto, accompagnato da chai o tè al limone; provare ad abbindolare i gonzi stranieri con ogni tipo di piccolo raggiro.

Gli stranieri che ci capitano quasi per caso ammirano lo spettacolo con gli occhi dei bambini, seduti sui ghat a guardarselo scorrere davanti, oppure facendo lunghe passeggiate avanti e indietro da un ghat all’altro, cercando di schivare i procacciatori. Se non a capire, provano almeno a captare qualcosa. Invece quelli per cui Varanasi è una meta spirituale li riconosci dall’aria di chi ha capito tutto, o perlomeno ha raggiunto una qualche consapevolezza (di sé, del mondo, della vita, va a sapere). Ognuno di loro preso singolarmente ha solo il mio rispetto e la mia curiosità: perché mai un occidentale non dovrebbe interessarsi, appassionarsi, al limite convertirsi a una forma di spiritualità che lo richiama a sé, pur non facendo parte del suo retroterra? Visti tutti insieme però, con le capigliature, i tatuaggi, i monili, i pantaloni bracaloni e gli iPhone, seduti in bar in cui un Indiano non metterà mai piede, a parlare di pace interiore e terzo occhio fumando canne molto più buone e meno care che a casa loro, mi sembrano la definizione stessa di appropriazione culturale. Quando li vedo provo un certo imbarazzo, aggrotto le sopracciglia e non mi va proprio di parlarci. Poi ci sono i fotografi per passione, che decidono di godersi tutto questo attraverso i loro mastodontici obiettivi, e fanno migliaia di foto stupende che nessuno guarderà mai se non per cortesia. Dondolano insieme a donne intente a spazzare, incoraggiano bagnanti a fare più spruzzi, tallonano monaci fingendo nonchalance, si nascondono dietro alle colonne per rubare la foto della pira in fiamme, vietata ma irresistibile. Quelli più discreti si appostano sui balconi come paparazzi, proteggendo i loro preziosi aggeggi dalle attenzioni indesiderate dei babbuini.

Gli animali fanno una vita a sé stante, ma strettamente legata a quella degli umani. Ci sono ovviamente le mucche, che ricevono le attenzioni che noi dedicheremmo ai cagnolini, quintali di pascià che si piazzano in mezzo ai vicoli stretti, e non passa più nessuno. Ma anche caproni con enormi corna arrotolate, cani e gatti pulciosi e scalcagnati, scoiattoli, topini e toponi, gabbiani, piccioni e pappagalli, serpenti ammaestrati e non. Poi ci sono le scimmie, che dominano la città saltellando in branco da palazzo a palazzo. Sfidano e sfottono gli umani (anche loro con una predilezione per i turisti), rubano tutto quello che trovano interessante, si accoppiano senza un minimo di pudore, assaggiano, scartano, mangiano e sputano, si spulciano, meditano, dormono. Da chi sia stata vinta la battaglia tra uomo e scimmia è segnalato dal fatto che le terrazze a Varanasi sono protette da reti di ferro: le scimmie sono fuori a scorrazzare libere e ci guardano con ironica compassione rinchiusi nelle gabbie. Tra tutti questi Dei, umani e animali più o meno confusi, più o meno in pace, più o meno al loro posto nel mondo, sono loro, le scimmie di Varanasi, quelle che ci hanno capito di più.