E così dopo tre mesi, troppo pochi per capirci qualcosa, troppi per non lasciarmi un segno dentro, in un grigio sabato pomeriggio di metà agosto, salii su un volo Ethiopian e me ne andai da Goma.
Me ne andavo da quella Goma guerrigliera e rinunciataria, stracciona e arricchita, spavaldamente corrotta, disponibile ma infingarda, luttuosa e festaiola, accogliente e timorosa. Una Goma costantemente sull’orlo del baratro ma, miracolosamente, in piedi.
La Goma che se la cava, che inventa nuovi mezzi di trasporto ingegnosi, che esistono solo qui, per portare giù le merci dalle colline fino ai mercati in città. La Goma delle salsicce e dei formaggi, dei “giganti” pesci grigliati, del fufu e del lenga-lenga. Quella Goma in cui il clima mai troppo caldo né troppo freddo, e piovoso quanto basta, fa crescere ortaggi enormi e saporiti.
Me ne andavo dal lago Kivu, su cui Goma si sdraia, un lago tanto immenso che è quasi un mare, solcato senza fretta dalle piroghe e sfiorato dagli uccelli a caccia. Me ne andavo dal vulcano Nyiragongo, che se non c’è nebbia si vede da tutta la città, con il suo pennacchio di fumo sempre presente, fonte di vita e di morte, temuto e venerato.
Me ne andavo dalla Goma dei caschi blu uruguayani che combattono la noia delle loro vuote regole di ingaggio alzando al massimo il volume del reggaeton. La Goma degli umanitari sempre indaffarati, coi loghi, i gilerini e le bandierine svolazzanti sui 4×4 bianchi, con il loro status e le loro lamentele, speranze e contraddizioni. La Goma della moltitudine di moto-taxisti coi caschi tutti uguali, che si lasciano vessare dalla polizia fin quando il troppo è troppo, e poi si incazzano male. La Goma dei soldati di tutte le età, colori e provenienze, accomunati solo dal tenere sempre in braccio un’arma. Degli storpi che si trascinano la carità fuori dal supermercato, e dei bambini soli, malati, senza scarpe, talvolta senza piedi. Dei riccastri indiani, libanesi, belgi e persino congolesi, e delle prostitute che ronzano loro intorno sentendo il profumo dei dollari. La Goma delle ville affacciate sul lago che un lusso così neanche a Ginevra.
La Goma dello swahili che si mescola al lingala, al francese, all’inglese e a chissà quante altre lingue che non conoscerò mai. La Goma dei “muzungu, donne moi l’argent”, dei “patron”, dei “papà, mamà, ça ne dérange pas”. Delle cantilene estenuanti che gracchiano dai megafoni dei venditori ambulanti.
Me ne andavo dalla Goma pericolosa, criminale, militarizzata. La Goma stuprata, trucidata, decapitata, smembrata, mangiata, vendicata. La Goma dalla violenza efferata che fa vacillare quel poco di fiducia che hai ancora nell’umanità, e ti lascia inebetito a chiederti: perché?
La Goma del colera, dell’ebola, del vaiolo delle scimmie, del morbillo, del covid, e dell’attesa rassegnata della prossima piaga.
Me ne andavo dalla Goma delle persone belle che nonostante tutto fanno il loro. Angeli caduti in un inferno che poteva essere un paradiso.
Arrivederci Mamma Goma, addio.