Le Parole Sono Importanti – Perché prendercela con gli Scafisti è come dare capate ad un albero

Il primo ricordo che ho del termine “Scafisti” risale agli anni Novanta, quando migliaia di Albanesi attraversavano il canale di Otranto per venire qui a ricostruirsi una vita (in moltissimi ce l’hanno fatta, e la comunità albanese è oggi una delle più integrate in Italia, ma questa è un’altra storia). Anche durante quell’esodo si moriva, e anche allora il nemico pubblico era lo Scafista. Lo Scafista era già senza scrupoli per antonomasia, si parlava di guerra agli Scafisti, di profughi nelle mani degli Scafisti, di benpensanti (il termine buonisti è nuovo di zecca) che finiscono per fare il gioco degli Scafisti.

Tutto è cambiato, e non è cambiato niente.

Si continua ad attraversare il Mediterraneo, si continua a morire, e i nostri giornali continuano a prendersela con gli Scafisti. Provate a googolare “guerra agli Scafisti” e scoprirete che la stanno facendo tutti: Bruxelles, il governo libico, Frontex, la Guardia Costiera, e avanti il prossimo. Il giornalista usa termini semplici ed evocativi che entrano nel linguaggio comune, nelle dichiarazioni dei politici, e finiscono per essere utilizzate nei decreti legge e nelle risoluzioni ONU. E così, anche nell’odierna crisi del Mediterraneo Centrale, il nemico da combattere è lui, il mitologico guidatore di gommoni che non esita a sparare o buttare fuori bordo i suoi passeggeri quando ne ha voglia. Un misto tra il pirata Barbanera e Genny Savastano, un cattivo cattivissimo, come piacciono a noi.

Si potrebbe pensare che è inutile stare a sottilizzare: il termina Scafista non è né più né meno che un sinonimo di Trafficante di esseri umani, o human smuggler. Ma tra il viaggio da Vlorë a San Cataldo, e quello dalla Nigeria al largo della Libia, c’è una differenza grande come il deserto del Sahara.

Dovendo gli Albanesi solamente attraversare un tratto di mare, le organizzazioni criminali che ne gestivano il traffico guadagnavano facendo pagare i migranti per la traversata. Aveva un senso quindi confondere il termine Scafista con quello di Trafficante. Ma come inizia il suo viaggio un giovane Nigeriano che non ha mai visto il mare in vita sua, lontano migliaia di chilometri da un’Europa che conosce a malapena e che immagina come un’unica terra delle opportunità? Chi gli racconta che in Libia si guadagna bene, che il viaggio è breve, che al di là del deserto c’è una persona fidata che si può occupare di lui, e che una volta arrivato in Europa sarà tutto facile? A chi paga in anticipo, alla partenza, la totalità o una buona parte del prezzo del viaggio? A chi pagano il riscatto i suoi famigliari quando il giovane finisce sequestrato in Libia? Non li ho mai incontrati di persona, ma non me li immagino proprio come dei vecchi lupi di mare. Sono gli innumerevoli referenti locali di una rete complessa, efficiente, tentacolare e sempre più potente. Questa mala pianta ha in Libia solo il suo centro decisionale, l’unica parte che noi Europei riusciamo a vedere e che proviamo goffamente ad abbattere, ma affonda le sue radici molto più in giù, nella terra secca del Sahel in povertà assoluta, del Sudan martoriato dai conflitti etnici, dell’Africa Orientale stretta tra dittature e carestie, della Siria in una guerra senza fine.

Non appena quel giovane Nigeriano lascia il suo villaggio, si ritrova su un piano inclinato verso le coste libiche, popolato da una serie di personaggi poco raccomandabili, bons parleurs che lo fermano nelle stazioni e nella sua lingua gli spiegano dove andare, guadagnano la sua fiducia e lo indirizzano verso altri uomini di fiducia un po’ più avanti, o semplicemente gli fanno capire che non c’è alternativa: la sua strada passa da Kano, continua verso Agadez, attraversa il deserto e lo porta dritto in Libia. Ha un biglietto di sola andata per un viaggio senza bivi, in cui la volontà personale del viaggiatore è annullata: tornare indietro, o fermarsi sulla strada, non fa parte delle possibilità.

Alla fine del piano inclinato, il giovane viene sequestrato, torturato e messo ai lavori forzati nei campi o nei cantieri. Lo obbligano a chiamare casa per chiedere dei soldi che non ci sono quasi mai e viene lasciato quasi crepare di fame e di sete. Quasi, perché dopo un certo periodo (in media sei mesi), la sua utilità diventa minima, e lo spazio che occupa può essere sfruttato accogliendo un nuovo arrivato, più in forze e potenzialmente più spremibile. Una notte, senza preavviso, viene caricato su un camion e spedito con altre decine di migranti su una spiaggia dove, dopo migliaia di chilometri di viaggio, incontra finalmente il nostro Scafista. Non lo paga (non ha più niente!), ma viene caricato comunque. Nella maggior parte dei casi, lo Scafista non si imbarca nemmeno. Lascia un GPS a uno dei migranti e gli spiega come dirigersi al limite delle acque territoriali libiche. Da lì sarà tutto facile: le ONG o la Guardia Costiera si occuperanno dell’ultima parte del viaggio. Lo Scafista resta a terra, forse ha paura del mare o forse si fa due conti e ritiene che il prezzo di un vecchio gommone sia poca cosa, paragonato ai soldazzi che l’organizzazione di cui fa parte ha già estorto ai migranti nel resto del viaggio, tramite il lavoro gratuito durante la prigionia, o come prezzo della traversata per i passeggeri meno morti di fame.

Perché credo che valga la pena soffermarsi sulla differenza tra Scafista e Trafficante? Perché continuare a parlare di Scafisti ci inculca l’idea, semplicistica e rassicurante, che tutto inizi e finisca nel Mediterraneo: fermiamo gli Scafisti e si fermeranno le traversate, problema risolto.

Ma ipotizziamo per assurdo di riuscire a vincere la guerra agli Scafisti. La missione della Marina Militare italiana riesce nel suo intento, dà cioè supporto tecnico alla Guardia Costiera libica, la convince a non farsi più corrompere dai Trafficanti, ne migliora la capacità di azione e riesce quindi a bloccare le partenze (per assurdo, appunto). Ora che gli Scafisti hanno perso, cosa sarà delle decine di migliaia di giovani Africani che sono già in Libia? Forse i Trafficanti, vedendosi bloccata la via d’uscita, si metteranno una mano sul cuore, li rispediranno a loro spese da dove sono partiti e smetteranno di attirarli nel paese. Più probabilmente, continueranno a lucrare sull’estorsione e sul lavoro gratuito di masse di giovani Africani, troveranno altre rotte, corromperanno altri ufficiali, e nell’attesa aumenteranno la capacità dei centri, li faranno stringere un po’ di più, ed eventualmente penseranno ad un modo più semplice per liberarsi di loro.

Anche se Salvini & (nutritissima) Co. avessero ragione. Anche se gli immigrati sono troppi, non c’è lavoro per tutti, bisogna fermarli, la popolazione è esausta, le radici cristiane l’identità la purezza della razza e blablabla. Anche se rinunciassimo alla nostra umanità per vedere un negro di meno per la strada. Anche se, come ha candidamente ammesso il governo, a noi della sorte dei migranti dall’altra parte del mare, ce ne fregasse il giusto. Anche se la strategia dei partiti (sigh!) di sinistra, di inseguire la destra xenofoba sul loro campo, fosse lungimirante. Anche se non fosse vero che il modo migliore di sconfiggere un traffico illegale è legalizzarlo. Anche se alzassimo bandiera bianca di fronte alla sfida di integrare socialmente e professionalmente, nei prossimi decenni, qualche milione di extra-comunitari sull’intero territorio Europeo. Anche se i movimenti dei popoli fossero un fattore contingente da fermare, e non una realtà ineluttabile che si può solo provare a gestire. Anche ammettendo tutto questo, quale sarebbe il modo più efficace per diminuire gli arrivi? Come la abbattiamo questa mala pianta, continuiamo a dare capate sul tronco al grido di “mamma li Scafisti!”, o proviamo a scavare per estirparne le radici?

Estirpare le radici dell’organizzazione dei Trafficanti di esseri umani significa indagarne le ramificazioni e studiarne il funzionamento nei vari paesi, collaborare con i governi dei paesi di partenza e di transito con meccanismi di incentivi e cooperazione, agire localmente con operazioni di polizia per scovare ed arrestare i referenti locali, tagliare gli elementi di connessione tra l’Africa Sub-Sahariana e la Libia, sovvenzionare e proporre delle alternative di guadagno a popolazioni poverissime che hanno trovato nel transito dei migranti la loro unica opportunità economica, sensibilizzare i potenziali migranti per informarli non tanto della pericolosità del viaggio, ma della situazione desolante che troveranno all’arrivo. In breve, evitare che i migranti arrivino in Libia, anziché evitare che ne fuggano.

Oppure possiamo continuare a far finta che il problema siano gli Scafisti, ogni tanto arrestarne uno, dare la colpa alle ONG che gli hanno fatto ciaociao con la manina, ostacolare il loro lavoro di Search and Rescue ed aiutare la Guardia Costiera libica a riportare i migranti che non sono annegati nei centri di detenzione. Possiamo cioè puntare tutto sulla fallimentare strategia così riassumibile: a furia di morti nel Mediterraneo e di atrocità in Libia, prima o poi quel giovane Nigeriano (che il Mediterraneo non sa neanche cosa sia, e che sfida la morte “mettendosi nelle mani di Dio”) si convincerà a restare dov’è.

Se è proprio a forza di capate che vogliamo contrastare l’immigrazione, rendiamoci conto che un tronco d’albero l’avrà sempre vinta, anche sulle teste dure.

 

 

 

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