Fin des rêves au Burkina

Qualcuno lo diceva da mesi: quest’anno le elezioni non si faranno, non ce le lasceranno fare. Qualcun altro si limitava ad un generico “ça va chauffer”, farà caldo.

Eppure, la mattina del 16 Settembre, non c’è niente di insolito per le strade di Ouaga: una donna griglia pannocchie di mais seduta su un basso panchetto di legno, due taxisti litigano per accaparrarsi un cliente alla gare routière, un uomo d’affari vestito lucido entra nel suo 4×4 ancora più lucido, gruppi di bambini monocromatici vanno a scuola mano nella mano, un ubriacone beve un bicchiere di pastisse metilico abbarbicato sullo sgabello di un maqui. Nessuno immagina che in queste ore un gruppo di uomini in divisa si sta preparando a dare una sveglia di fuoco a tutti quelli che, dal 30 Ottobre ad oggi, hanno sognato una democrazia reale in Burkina Faso.

Il pomeriggio del 16 Settembre il Consiglio dei Ministri del governo di transizione è riunito al palazzo presidenziale Kosyam, nel centro di Ouagadougou. Kosyam è un raro esempio di palazzo parcheggiato male, proprio in mezzo al Boulevard Charles de Gaulle, uno degli assi principali di Ouaga. Il traffico cittadino se lo trova davanti, sta per andarci a sbattere ma all’ultimo svolta, lo aggira e continua sulla sua strada. Forse una metafora del potere politico in un paese tribale. L’agenda del consiglio è fitta, le elezioni sono tra meno di un mese. Alle ore 14,30 un commando di uomini armati fa irruzione nella sala del consiglio. Fanno parte dell’RSP, Regiment de Sécurité Présidentiel, un gruppo d’élite dell’esercito Burkinabé. Solo 1,300 uomini, ma quelli meglio formati, e armati fino ai denti. Sono i pretoriani dell’ex-presidente Blaïse Compaoré, la sua assicurazione sulla vita. L’uomo della strada dice che sono stati loro ad ammazzare Thomas Sankara, il giornalista Norbert Zongo e il giudice Nebié.

Gli uomini armati si trovano faccia a faccia con il loro ex-colonnello, oggi Primo Ministro, Isaac Zida. Da quando è entrato in carica, ha fatto di tutto per sciogliere il corpo di cui lui stesso faceva parte. Troppo esperti, troppo armati, troppo spregiudicati: una minaccia per la transizione democratica. Ma comprensibilmente i pretoriani non impazziscono all’idea di rinunciare al loro status, ai privilegi, ai salari d’oro… al potere. Anche loro sognano, di ritornare a quando c’era Lui, quando il solo nome dell’RSP faceva ammutolire, quando erano loro i “protettori della democrazia”, e tutto andava come doveva andare. Ora invece un nuovo presidente sta per essere legittimato dalle urne, e la transizione ha impedito che uomini di Blaïse si presentassero. Chiunque venga eletto, il destino dell’RSP non è roseo. Serve un colpo di coda per continuare a sognare, e serve ora. Il Presidente della Repubblica Michel Kafando, il Primo Ministro Isaac Zida, e due ministri del governo sono presi in ostaggio.

Pochi minuti dopo l’irruzione, la notizia comincia a circolare, e le prime persone si radunano in Place de la Révolution. Non sono le rivoluzioni arabe, qui non è twitter, non è youtube. Qui è ancora soprattutto roba di telefonate, annunci radio, e qualche post su Facebook inviato da smartphone cinesi con lo schermo quasi certamente rotto. E’ un colpo di stato, l’hanno capito tutti. Qualcuno grida, qualcuno piange, altri saltano e scandiscono slogan, tanti restano sul motorino e suonano i clacson. Si fa la rivoluzione, di nuovo. L’eccitazione all’idea che ancora una volta il destino del paese sia nelle loro mani è mitigata (o rafforzata?) dalla consapevolezza che questa volta sarà molto più dura. Sono quasi tutti ragazzi. Quando sono abbastanza numerosi, cominciano a muoversi verso lo stradone, in direzione Kosyam, il palazzo parcheggiato male. I colpi d’arma da fuoco dei berretti rossi tengono il corteo a distanza, per ora. Non c’è stato tempo per organizzarsi e la situazione non è ancora chiara. I ragazzi rinunciano a tentare l’irruzione nel palazzo e molti con il buio rientrano a casa, torneranno domani.

Per i pochi che ancora stavano sognando, la mattina del 17 la sveglia ufficiale è data dallo sconosciuto Colonnello Bamba. Dal familiare scenario della televisione pubblica Burkinabé legge nervosamente un foglio. Ogni tre parole si ferma e guarda fisso in camera con gli occhi sgranati. Devono avergli spiegato che si fa così, l’effetto è comico e inquietante. Il governo è sciolto, il Presidente è sospeso dai suoi incarichi, il Consiglio Nazionale per la Democrazia assume il potere con l’obiettivo di donare stabilità e pace al Burkina Faso, e di portarlo ad elezioni veramente Libere. Qualche ora dopo i consiglieri per la democrazia annunciano che l’uomo forte della transizione è Gilbert Diendéré, ex capo di Stato Maggiore durante gli anni di Blaïse, un fedelissimo. E’ ora palese anche ai più dormienti che il vecchio leone e i suoi amici sono tornati a ruggire.

Gli animi del Burkina Faso che lotta sono caldi, oggi si fa sul serio. In mattinata cominciano a girare notizie (poi smentite) sull’arresto del portavoce del “Balai Citoyen”, l’organizzazione della società civile per anni alla guida dell’opposizione a Blaïse Compaoré, e protagonista della rivoluzione di Ottobre 2014. Le case del neo-nominato Presidente Diendéré e di altri membri dell’RSP sono incendiate dai manifestanti: non proprio un augurio di buon lavoro. Incursioni da parte dei miliziani in case private, pestaggi, arresti di alcuni membri dei partiti che avrebbero dovuto presentarsi alle elezioni. L’ex-presidente del Consiglio di Transizione Sherif Sy invita il popolo all’insurrezione contro l’RSP, e il resto dell’esercito e la polizia a “prendersi le proprie responsabilità”. Le strade di Ouaga, a quasi un anno di distanza, riscoprono l’odore del sangue. Dal comportamento dello stato maggiore, della polizia, dalla follia dell’RSP, dalla comunità internazionale, e dalla massa incontrollabile di giovani cittadini sognatori frustrati, dipende il Burkina Faso questa sera. Tutti sanno che sono ancora molti i sostenitori di Blaïse nel paese. Da un anno se ne stanno buoni, non danno nell’occhio, ma sono ancora lì. Per tutti loro il 17 Settembre è un giorno di gloria. Tutti si chiedono che giorno sarà il 18.

Nota: questo post non ha la pretesa di essere un reportage giornalistico, né lo può essere, dato che non sono in Burkina al momento. E’ solo una ricostruzione immaginaria mischiata a notizie e testimonianze varie raccolte in rete.

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