Il cavallo di Troia

In apparenza tutto va bene, oggigiorno in Africa. La pace, anche quella ideologica, regna, con qualche eccezione, sull’intero continente e ovunque non si fa che parlare di crescita economica. Eppure proprio ora questo antico, grande mondo di diversità sta per soccombere. Il cavallo di Troia è la « modernizzazione ».

Invece di continuare sulla propria strada e cercare soluzioni africane ai suoi problemi, l’Africa importa adesso, senza alcuna discriminazione, le formule del successo altrui e quindi rinuncia progressivamente alla propria diversità. Il rapido sviluppo strangola la sua cultura, mentre la pressione del nuovo materialismo spezza i legami tradizionali, distrugge i vecchi schemi di valori e toglie la fiducia in tutto ciò che non è riconducibile al denaro. Modernizzazione vuol dire occidentalizzazione e con questo l’Africa perde definitivamente la coscienza di sé. C’è per me qualcosa di tragico in questo continente che, così gioiosamente, uccide se stesso. Me nessuno ne parla, nessuno protesta, tanto meno gli africani.

Uno dopo l’altro, i vari paesi dell’Africa hanno finito per liberarsi del giogo coloniale e per mettere l’Occidente alla porta. Ma ora ? L’Occidente rientra dalla finestra e conquista finalmente l’Africa non più impossessandosi dei suoi territori, bensì della sua anima. Lo fa ormai senza un piano, senza una precisa volontà politica, ma grazie a un processo di avvelenamento contro cui nessuno ha trovato per ora un antidoto : l’idea di modernità. Abbiamo convinto gli africani che solo a essere moderni si sopravvive e che l’unico modo di esser moderni è il nostro : il modo occidentale. Ci sono alternative ? Nessuna. Tutti i tentativi di percorrere altre vie sono finiti male !
Proiettandosi come unico vero rappresentante del progresso umano, l’Occidente è riuscito a dare, a chi non è « moderno » a sua immagine, un grande complesso di inferiorità – neppure il cristianesimo era riuscito a tanto ! – e l’Africa sta ora buttando a mare tutto quel che era suo per acquisire tutto quel che è occidentale, sia nel modello originale, sia nelle imitazioni locali. Copiare quel che è « nuovo », quel che è « moderno », è diventata un’ossessione, una febbre per la quale non esiste cura.

Nessuna cultura africana è ormai in grado di resistere, di tener testa a questa tendenza. Non ci sono più princìpi o ideali capaci di mettere in discussione questa « modernità ». Lo sviluppo è un dogma ; il progresso a tutti i costi è un ordine inappellabile. Anche il semplice dubitare sulla sua direzione di marcia, sulla sua moralità, sulle sue conseguenze, in Africa è diventato impossibile. Qui non ci sono neppure gli hippies, che da noi, avendo capito che qualcosa nel « progresso » non andava, gridarono « Fermate il mondo. Voglio scendere ! » Eppure il problema c’è ed è di tutti. Tutti dobbiamo chiederci – e sempre – se quel che stiamo facendo migliora e arricchisce la nostra esistenza. O abbiamo tutti, per una qualche innaturale deformazione, perso l’istinto per quel che la vita dovrebbe essere, e cioè soprattutto un’occasione di felicità ?

E allora ! Sono felici, oggi, gli abitanti di Ouri, riuniti in famiglia a parlare attorno ai piatti della cena, o lo saranno di più quando anche loro trascorreranno la serata, ebeti e ammutoliti, dinnanzi a uno schermo televisivo ? So bene che, a chiederglielo, loro stessi risponderebbero : meglio la televisione ! Ed è proprio per questo che vorrei vedere almeno un posto come Ouri retto da un re-filosofo, da un Naaba illuminato, da un qualche visionario che cercasse una via di mezzo fra l’isolamento-stagnazione e l’apertura-distruzione e non certo dai generali che ora hanno in mano i destini del Burkina Faso.

(Era tanto che cercavo queste parole, le ho trovate in quelle di Tiziano Terzani in “Un indovino mi disse”, che in realtà parlava della Birmania e dell’Asia, ma evidentemente fa lo stesso)

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